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CRONACA DELLA PROVINCIA SERAFICA DI S.CHIARA D'ASSISI

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Dopo questo rapido sguardo alla storia del Santuario, è necessaria una sintetica descrizione. S. Damiano, allo stato in cui oggi si trova, è un gruppo di fabbricati disposti a dormitori; i quali, nonostante la loro semplicità per nulla in contrasto colle vecchie tradizioni, formano un convento grandioso. La parte centrale dell'edificio - Infermeria di S. Chiara che è anche la più antica - si distende a guisa di dorsale da nord a sud fra i due chiostri quadrati, i quali raccolgono attorno quasi tutto il fabbricato. Nel chiostro anteriore - presso la porta del convento - sorgono sul fianco e di fronte all'Infermeria due altri dormitori di più recente costruzione; dall'altro lato è la chiesa, sopra la quale si trovano il Dormitorio di S. Chiara, la comunità e il ristretto appartamento della curia provincializia, prospiciente colla facciata verso la grande pianura. Attorno a questo primo chiostro corre un modesto porticato del sec. XVI, con di mezzo il pozzo a carucola, scavato nel I650. La cisterna, che serviva ad uso delle monache ed è ricordata nella Cronaca col nome Cisterna vecchia o pozzo di S. Chiara, si trova nell'altro chiostro, ostruita e guasta dalle infiltrazioni. Il secondo chiostro e un quadrato incompleto: da questa parte l'Infermeria di S. Chiara dà, per così dire, la mano a un altro dormitorio che è un prolungamento del fabbricato della chiesa e forse un avanzo di remota costruzione, come farebbero supporre certi frammenti di finestre e di stipiti che si vedono qua e là frammisti ad altro materiale di adattamento, ma è impossibile ristabilirne la forma e l'uso primitivo. All'angolo sud-est di questo dormitorio, che si dice della guardiania, sorge un balcone o terrazza di recente costruzione, donde si gode l'incantevole vista di quasi tutto il piano dell'Umbria. Il terzo lato di questo chiostro è un fabbricato moderno, sorto ad uso di lanificio nel 1851; nel quarto lato aperto a levante sono le fonti, ricche di acqua proveniente dall'acquedotto mediceo, cominciato - come si disse - nell'anno 1486. Un altro piccolo dormitorio destinato a professorio di chierici, si trova sull'angolo nord-ovest del convento e compie il disegno dell'odierno S. Damiano. Tutto il fabbricato è attorniato per tre quarti da un bel tratto di terreno, coltivato a orti e pergolati, con abbondanti riserve di acqua per irrigazione. Un giro di clausura di circa 600 metri, completamente restaurato &laqno;sumptibus Marchionis Ripon», corre tutto intorno, racchiudendo anche un piccolo bosco di annose quercie, le quali colla loro chioma, mista alla rigogliosa vegetazione degli orti, fanno verde corona al vecchio convento francescano.
Le parti di S. Damiano che meritano speciale osservazione sono, naturalmente, le più antiche: l'Infermeria di S. Chiara, il suo Dormitorio e la Chiesa.. L'Infermeria accusa la sua venerabile antichità dalle mura grigiastre, che distinguono a prima vista questa parte del convento da tutte le altre. Anche le finestre hanno una forma primitiva, e corrispondono in numero di dieci ad altrettante cellette. Queste celle piccolissime e quadrate, con porticina ad arco rotondo, sembra non appartenessero alla primitiva costruzione, ma esistevano certamente al tempo di S. Chiara. Nella Regola delle Clarisse si stabilisce infatti che le malate abbiano un luogo separato; e la Legenda del Celano narra che, essendovi una volta molte monache inferme, S. Chiara andava a visitarle e le guariva col segno della santa croce. Il dormitorio dell'Infermeria è scoperto, cioè a dire privo di volta: un tetto a scheletro distende la sua possente e nuda travatura in difesa delle povere cellette. Nel fondo del dormitorio, a sinistra, si apre una porticina, e discende una strettissima scalinata quasi a chiocciola, i cui gradini consunti dall'uso rivelano la sua remotissima costruzione. La scala conduceva alle officine inferiori del monastero, che si trovavano verosimilmente a sinistra, dov'è attualmente il fuoco comune dei frati, come può indicare un rimaneggiamento di archi e stipiti di porte che si aprivano da questo lato.
A destra della scala è il Refettorio, integralmente conservatoci dal tempo di S. Chiara in tutta la sua semplicità e povertà, dal pavimento alla volta, dalla porta vetustissima alle tavole rattoppate qua e là per sostenere il peso degli anni. L'umile refettorio ha visto un Papa assiso alle sue mense ed ha assistito ai miracoli dell'umiltà e della carità. &laqno;Il refettorio di S. Chiara è la memoria più visibile e suggestiva di S. Damiano; e molti artisti, pittori e poeti hanno chiesto a queste pareti la loro ispirazione». Taluno, dopo il Cristofani, ha messo in discussione l'antichità della sua volta a crociera, che sarebbe un'opera non anteriore al sec. XIV. Certamente la volta non è primitiva, e ciò è dimostrato, se non altro dalle finestre laterali che ne restano in parte ostruite. Ma la questione dell'origine di questa volta è connessa ad un'altra: quando furono costruite le camerette superiori dell'Infermeria ? perchè lo stesso Cristofani ammette che la volta del refettorio venne innalzata contemporaneamente, cioè in appoggio di quelle. Ora poichè nessuno, ch'io sappi, nega che le cellette dell'infermeria esistessero al tempo di S. Chiara, bisogna pure ammettere che il refettorio, com'è attualmente, esistesse al tempo della Santa.
Il Dormitorio di S. Chiara si trova, come sappiamo, sopra il fabbricato della chiesa. É uno stanzone rettangolare di metri I3 di lunghezza e 5 di larghezza, il quale non ha subìto alcuna modificazione dall'epoca della sua costruzione, cioè dai primi anni del sec. XIII, salvo al soffitto che venne rifatto nel 1713, perchè cadente: in questa circostanza si eliminò, per la stessa ragione, anche il soppalco, o copertura di rozze tavole &laqno;a foggia di capanna», che esisteva sin dal tempo delle monache. Due finestre di forma singolare, con sedili nel vano interno del muro, gettano una modesta luce su questo ambiente severo e veramente francescano. Per l'identificazione di una parte così importante del Santuario è sufficiente garanzia la costante venerazione dei religiosi, i quali - malgrado l'angustia e la povertà del convento - non hanno mai voluto utilizzare o trasformare il bel camerone, costringendosi piuttosto a successivi ampliamenti e ricostruzioni. Ai tempi di S. Chiara vi avevano il loro letticciuolo le monache, un semplice giaciglio di legno, non essendo il pagliericcio concesso se non alle sorelle malate. "Tutte le monache non inferme - dice la Regola - sia l'abbadessa che le altre, dormano in un dormitorio comune.... L'abbadessa abbia un letto disposto in tal luogo del dormitorio, che ella possa vedere senza ostacolo tutti gli altri letti. Nel dormitorio ardano lampade chiare.... ". Tale disposizione ci farebbe credere che S. Chiara avesse il suo posto nel dormitorio comune, e forse lo ebbe qui per alcuni anni; ma sappiamo che ella giacque lungamente inferma e sarà stata astretta dalla pietà delle sue consorelle ad aversi delle cure; perciò fu costruita per lei una cameretta, non nella infermeria, ma in un angolo a capo dello stesso dormitorio. La cameretta di S. Chiara, ripetutamente ricordata dal Celano, venne distrutta non sappiamo precisamente in qual tempo, ma certo prima del 1600, perchè la Cronaca conventuale (cominciata a scrivere in quell'anno) già ne lamenta la demolizione: il luogo è indubbiamente quello indicato dalla medesima Cronaca "in capo del suo dormitorio, vicino alla cappella della Santa". La cappella di S. Chiara è il contiguo oratorio; e lì presso, in un angolo a sinistra del dormitorio, sono evidenti i segni d'una cameretta distrutta, sicchè se ne possono indicare le proporzioni: altezza metri 2,25; lunghezza metri 4 x 2,40 di larghezza. Quando si pensa che in quest'angolo nascosto e umilissimo si santificò nel lavoro, nelle preghiere e nella penitenza la illustre figlia di S. Francesco, e particolarmente alla scena grandiosa della sua morte, come è narrata dal Celano, c'è da deplorare che se ne sia andata la parte più suggestiva del nostro Santuario, cioè quell'umile celletta, che avrebbe fatto versare più d'una lagrima di commozione. Ma quello che rimane è abbastanza, perchè noi possiamo riguardarlo come eredità preziosa di S. Damiano.
Il dormitorio di S. Chiara aveva due porte: l'una al fondo, che era la porta esterna rispondente sulla facciata della chiesa; e questa è ottimamente conservata. La sua altezza dal suolo (m.5.40) non meraviglia, sapendosi che doveva servire meno per il passaggio delle abitatrici che per loro sicurezza: una scala mobile, a foggia di ponte levatoio, permetteva l'accesso e l'uscita dal monastero. A questa porta vennero furiosi i Saraceni e furono ributtati dalle preghiere e dalla presenza di S. Chiara, la quale si affacciò impavida col tabernacolo in mano, ributtando l'assalto; sotto questa porta, avvenne il miracolo di S. Agnese quando, il giorno della sua morte, si ruppe la catena che sosteneva la scala mobile, e questa cadde con impeto sopra la moltitudine che si affollava per salire di sopra, ma nessuno ebbe a farsi alcun male. La seconda porta si apriva un po' in alto sulla parete opposta, e per essa si accedeva, salendo alcuni gradini, al Laboratorio delle monache. E verosimile che le religiose avessero una camera comune di lavoro, dove si radunavano nel breve tempo che loro avanzava dalla preghiera e dalle salmodie del coro. Giacomo di Vitry, narrando delle meraviglie che gli era occorso di vedere nel suo passaggio in Assisi (1216), parla delle donne che avevano intrapreso la vita francescana: "Le donne - egli dice - dimorano presso la città.... non hanno niente.... ma vivono del proprio lavoro". S. Chiara dava l'esempio di vita laboriosa alle sue consorelle: anche nella sua lunga infermità non cessava dal lavoro, e stando in letto, estenuata dal male e dalle penitenze, si faceva sollevare per attendere a preparare dei lini finissimi per uso della Santissima Eucarestia, da inviarsi in dono alle chiese povere. I religiosi di S. Damiano hanno conservato con venerazione anche questa parte del Santuario, cioè il Laboratorio di S. Chiara. É una bella camera che si trova in alto, sull'angolo tra l'Infermeria e il Dormitorio della Santa, e sopra il suo Oratorio. Vi si accede dal lato dell'infermeria per mezzo d'una scalinata; ma in passato rispondeva sul dormitorio di S. Chiara e accanto alla sua cella distrutta: &laqno;Appresso detta cella - dice la Cronaca del Convento - et a capo di detto dormitorio stava una scala di pietra, quale andava in una stanza grande antica, dove lavoravano le monache et rispondeva in nello dormitorio, e dal tetto vi calavano le corde delle campane; della quale scala ancora si cognosce e vede murata la porta verso il dormitorio». La porta murata è tuttora visibile nel dormitorio di S. Chiara, come pure i segni della gradinata per cui si saliva al laboratorio. Notiamo di passaggio che la porta e il campanile si trovavano sull'antica facciatella della chiesa, perpendicolarmente sopra il luogo dov'è attualmente l'altar maggiore.
Dal dormitorio suddetto, per via d'una porta la cui chiusura è appena dissimulata da una grata di ferro, si scendeva altre volte nella cappellina che è l'Oratorio di S. Chiara. La forma e l'apertura della porta, come pure i quattro scalini di dislivello fra i due ambienti, si notano benissimo dal lato dell'Oratorio. Era questo il luogo dove S. Chiara, per sua devozione, custodiva le Sante Specie; era il suo santuario domestico, il secretum cubiculum dove essa sfogava i suoi sospiri, versava le sue lacrime e cercava le sue consolazioni. La santa Abbadessa restò quasi vent' otto anni malata; e la prossimità della sua cella al piccolo Oratorio spiega il motivo dei privilegi al sacro luogo accordati. Oltre la singolare prerogativa della conservazione delle Sante Specie, S. Chiara potè ottenere per la sua venerata cappelluccia una consacrazione solenne dagli stessi sette Vescovi che promulgarono l'Indulgenza del Perdono nella cappella della Porziuncola, i quali vi apposero sette anni d'indulgenza, da lucrarsi la vigilia di S. Lorenzo martire, giorno in cui ebbe luogo la detta consacrazione. Il piccolo santuario è una cameretta quasi quadrata (m. 5 x 4,80), a volta, che acquista grazia e forma di cappella da un'absidiola, sita al lato opposto della indicata porta d'ingresso presso il dormitorio. L'absidiola, che era stata in parte demolita, venne recentemente scoperta e restaurata, come pure i begli affreschi del sec. XIV che ne formano la parte decorativa. Nell'interno dell'abside, sur un fondo rossigno elegantemente drappeggiato, spiccano dipinti di buona mano, a forma di medaglioni: nel mezzo, i frammenti di una pittura di Madonna che tiene in mano il divino Infante, ai lati S. Francesco e S. Chiara assai ben conservati e i quattro Evangelisti attorno all'arco dell'abside, sopra cui spicca, in alto, il trono del divino agnello. Presso l'angolo della parete, in cornu Evangelii, sono dipinte un gruppo di monache, pavide e imploranti; e innanzi ad esse la loro Madre che le addita al Dio dell'amore, dipinto in forma di bambino, il quale sembra rispondere dal fondo della nicchia colla sua voce illfantile: &laqno;io sempre vi custodirò ». Due angeli volanti alzano il velo del pccolo santuario ed altri sono intorno in atto di adorazione. Questa pittura, abbastanza ben conservata, è d'incormparabile efficacia suggestiva. La decorazione della cappella è incompleta: altri dipinti non si notano, all'infuori di un'alta figura monacale che s'aderge sulla parete poco distante dal gruppo indicato, ed è uno dei più bei ritratti antichi di S Chiara. L'altare dell'Oratorio, semplicissimo, sorge alquanto distaccato dall'abside; e la sua forma a foggia di banco lo dimostra ben antico, forse conteporaneo alla costruzione della cappella.
Di fronte all'abside e all'altare, appoggiato alla parete, è un grosso armadio dove si conservano le Reliquie che hanno maggior importanza per il convento di S. Damiano. Ne diamo la nota, secondo l'ordine in cui le troviamo registrate nella Cronologia del P. Antonio da Orvieto, il quale ebbe sotto gli occhi i documenti e la Cronaca conventuale: I° Dell'Abito e del velo di S. Chiara; 2° del Pane che benedisse alla presenza del Papa la medesima Santa; 3° il suo Breviario manoscritto, del quale si serviva per la recita del divino Uffizio; 4° la Campanella colla quale chiamava le sue monache al coro; 5° il Calice dove prendeva la purificazione dopo la Santa Comunione; 6° il suo Ostensorio dove conservava il Santissimo Sacramento; 7° una pezzolina con del sangue represso del costato di S. Francesco; 8° altre reliquie del Serafico Patriarca: del suo abito, del suo cordone ecc. ecc.; 9° una Croce piena di reliquie che portava S. Bonaventura cardinale; 10° Reliquiario donato dal Pontefice Innocenzo IV a S. Chiara, contenente molte reliquie, fra le altre quelle dei santi martiri Cosma e Damiano; 11° altre reliquie di santi dell'Ordine.
Ciò che subito si fa notare in questo catalogo è il numero e l'importanza delle reliquie di S. Chiara; e una domanda sorge spontanea, la quale richiede una pronta spiegazione: Come va che le monache Clarisse, allorchè abbandonarono S. Damiano per ritirarsi entro le mura della città (an. 1257), non portaron seco quegli oggetti preziosi che ricordavano la loro Madre e i bei giorni del monastero? Eppure esse avevano avuto autorizzazione di esportare tutte le cose mobili, &laqno;lasciato intatto il corpo del monastero». In forza di questa autorizzazione venne infatti trasportato al nuovo monastero di S. Giorgio il miracoloso Crocifisso che parlò a S. Francesco, il suo breviario ed altri ricordi; e non si può supporre che venissero dimenticate proprio le principali reliquie di S. Chiara. Il fatto singolare merita di essere esaminato; ma secondo nostro parere trova la sua spiegazione nelle circostanze in cui avvenne lo sgombro di S. Damiano da parte delle monache. Le buone religiose non lasciarono di lor volontà quel luogo, caro ad esse come la culla del loro ordine: l'abbandono era forzoso; ma il dolore della partenza venne forse lenito dal pensiero che la loro casa restava in mano di fratelli. E quali fratelli ! Esse li avevano visti al loro fianco, in tutte le prove, e li ritrovarono al capezzale della loro Madre morente. Fra Leone, Fra Ginepro erano là.... e tutti i fedeli di S. Francesco che ancora sopravvivevano. A tali religiosi restò affidata con tutta probabilità la custodia di S. Damiano e nelle loro mani il deposito dei grandi ricordi di S. Chiara e del monastero. Sembra anzi che sia avvenuto una specie di accordo, quale solo può immaginarsi tra fratelli e sorelle per uno scambio affettuoso di ricordi di famiglia; così noi vediamo esulare verso il nuovo monastero di S. Giorgio le memorie francescane, mentre restano a S. Damiano i cimeli delle Clarisse. Non sappiamo se un tale accordo avesse luogo realmente; è certo ad ogni modo che di queste pietose circostanze si dovette tener conto in seguito tra gli abitatori di S. Damiano e le figlie di S. Chiara. Perchè noi vediamo alcune reliquie ricordate in passato come appartenenti al monastero d'Assisi, le quali oggi figurano nel catalogo di quelle di S. Damiano. É il caso del reliquiario ove da S Chiara si custodiva la S. Eucarestia. Il nominato P. Francesco Bartoli assicura che un tal reliquiario era conservato nel 1332 in sancta Clara de Assisio, e 1o descrive come una capsula eburnea per spatium unius palmi longa et alta, in qua est alia capsulina parvulina de argento in qua erat Corpus Christi quod locutum fuit eidem Virgini Clarae etc., etc. Al giorno d'oggi non si trova più in S. Chiara d'Assisi questo prezioso reliquiario. Si trova invece in S. Damiano una capsulina di avorio, cerchiata e con fermaglio di argento e lunetta per sostenere la santa Ostia: questa capsulina si ritiene per tradizione esser quella ove S. Chiara conservava la Santissima Eucarestia, e dev' esser la stessa della quale parla il Bartoli. L'altra capsula eburnea per spatium unius palmi longa et alta etc., è scomparsa. Ma in S. Damiano si conserva un altro reliquiario, un Ostensorio (n. 6 nel Catalogo delle reliquie) cui pure è legato per tradizione il nome di S. Chiara. Questo Ostensorio è altra cosa, da non confondersi colla capsula eburnea, nè colla capsulina indicata. E un vaso d'alabastro di circa un palmo e mezzo di altezza, lavorato al tornio a foggia di tabernacolo, di forma liscia e tondeggiante, a trafori, con piedestallo e calottina mobili, dove si adatta benissimo la capsulina sopraddetta, e l'uno e l'altra si usano esporre nelle solenni funzioni di Quarant'ore a S. Damiano: col nome di Ostensorio di S. Chiara la tradizione vuol forse indicare soltanto che questo reliquiario esisteva in S. Damiano fin dai tempi di S. Chiara. Contro la reputazione di antichità dell'Ostensorio di S. Chiara si elevano alcune obiezioni che si possono riassumer per due capi: 1° la forma stessa del reliquiario, la quale rivela un'opera d'arte postuma, con caratteri del rinascimento; 2° l'assenza di documenti intorno alla sua origine, giacchè del tabernacolo d'alabastro non si ha notizia prima del sec. XVII, o almeno non se ne parla nei documenti.
Intorno alla forma del tabernacolo noi non possiamo dire gran che; ma sappiamo che l'arte del tornio è molto antica ed era ben conosciuta nei monasteri del medio evo: essa porta di sua natura la forma liscia e tondeggiante, e non mancano esemplari simili al nostro prima del 1500. Ricordiamo la tavola della Galleria di Siena del sec. XIII: ivi S. Chiara e dipinta con un ostensorio in mano, che differisce poco nella forma da quello di S. Damiano. Quanto al silenzio dei documenti intorno all'origine del tabernacolo, osserviamo per via d'analogia che l'argomento negativo porterebbe alla eliminazione di tante altre reliquie che si conservano in tante altre chiese; eppure della loro antichità e autenticità nessuno dubita, quantunque non si possa presentare il documento sincrono in loro favore.

Tutto considerato, ci sembra che gli argomenti contro il nostro tabernacolo non abbiano un valore decisivo; e noi - anche dopo le surriferite obiezioni possiamo concludere, con grande presunzione di verità, in favore della tradizione di S. Damiano.
Al lato destro dell'Oratorio, si apre una porticina che dà sur una vecchia scala interna, con soppalco o soffitto formato da tavolato primitivo: questa scala conduceva - dal Dormitorio per l'Oratorio - al piano inferiore, ove era il coro delle monache e la chiesa. A mezza discesa, è una piccolissima porta che mette nel Giardinetto di S. Chiara. Per vero dire, nulla si legge nei documenti che possa riferirsi a questa parte del Santuario: il giardinetto di S. Chiara è uno dei secreti - ortus conclusus - che hanno custodito per secoli le vecchie mura di S. Damiano. Il piccolo balcone (giacchè non è altro che un balconcino dove si coltivano alcuni fiori) nella primitiva disposizione del monastero veniva a trovarsi in un angolo aperto, formato dalla congiunzione del dormitorio dell'Infermeria col fabbricato della chiesa. Quivi dal vicino oratorio scendeva a intervalli S. Chiara al tempo della sua lunga infermità, trascinando l'egro fianco, per respirare l'aria pura della splendida sottoposta campagna; quivi essa - come narra un'antica tradizione - coltivava alcuni fiori preferiti, il giglio fratello della purezza, la violetta sorella dell'umiltà, la rosa simbolo dell'amor divino. Noi non vogliamo forzare la storia; ma ripensando a Colei che sì profondamente aveva sentito il fascino della poesia francescana, non possiamo a meno di raffigurarcela su l'umil balcone, assisa tra i suoi fiori prediletti, nella pace di qualche mite tramonto lanciando al sole la strofe del suo poeta e maestro:

&laqno; Laudato sii mio Signore ..... »

il Cantico del Sole e di tutte le creature.
Al fondo della scalinata che discende dall'oratorio, si apre un pianerottolo che attualmente fa l'ufficio di antesacrestia: una pietra quadrata, quasi nel mezzo, indica una tomba. É il Sepolcro delle Monache, dove riposano i resti verginali di quelle compagne di S. Chiara che morirono in S. Damiano prima del 1257. L'anno 1721 venne aperta questa tomba e - a quanto ne dice il Cronologo conventuale - vi si scoprirono due sepolcri: "in quello che sta sotto il primo gradino della scala, furono trovate ossa e teste spiranti soave odore.... Et acciò in avvenire se ne conservi memoria, vi fu fatta fare una volta e di sopra posto un mattone con sopra scolpite queste parole: Sepulchrum Monialium Sanctae Clarae".
Da questo pianerottolo si passa alla Sacrestia, che è piccola, ma ornata di un bel paratorio di noce e di armadi ben forniti di arredi sacri. essere che in altri tempi il luogo non fosse altro che una sacrestia; ma le indicazioni storiche e tradizionali portano piuttosto a credere che fosse un ambiente esterno, una di quelle costruzioni attigue alla chiesa, destinate a persone di servizio del monastero o ad uso di foresteria: quivi avrebbe ospitato S. Francesco nell'ultima epoca della sua malattia, quando egli dimorò - l'ultima volta - in S. Damiano, oggetto delle cure di S. Chiara, e quivi avrebbe composto l'inspirato Cantico del Sole.
Dalla sacrestia ritornando verso il Sepolcro delle Monache si discende per alcuni gradini nel Coro di S. Chiara. Attualmente è una grande cappella, a volta, che prende luce da una graziosa finestruola leggermente archiacuta, con listello di mattone sovrapposto, indizio di assai remota costruzione. La cappella viene a trovarsi quasi dietro la chiesa, e originariamente doveva includere al completo il circolo esteriore dell'abside; ma nel secolo XIV, o poco dopo, vi fu elevata una cortina di muro, che lasciando appena visibile una parte dell'abside rende più regolari, ma più ristretti i limiti della cappella. Nel tratto superiore di questa postuma parete è dipinto, in buon affresco, un Crocifisso, colla data del 1482, opera si crede di Antonio Mezastris da Foligno. L'altare, elevato di due gradini dal pavimento e appoggiato contro la parete, è stato recentemente restaurato, o piuttosto rifatto nella forma più semplice ed antica, sì da armonizzare colla perfetta severità dell'ambiente. Il coro propriamente detto - che ha il nome da S. Chiara, perchè essa colle sue sorelle si recava quivi a pregare e a salmodiare - è un monumento di povertà francescana. Si trova addossato alla parete opposta dell'altare; ed è formato alla semplice, di un dossale composto di povere assi, nude e malconnesse, d'un inginocchiatoio dello stesso stile, ai lati del quale sorgono due leggii che sembrano aspettare la mano che li sorregga e che li guidi. Sopra uno di tali leggii si conserva un vecchio catalogo, desunto dal Waddingo, su cui si leggono i nomi delle cinquanta monache che formavano la famiglia di S. Chiara. Il coro era in comunicazione colla chiesa per mezzo di una finestra munita di grata, per cui le religiose ricevevano la Santa Comunione. A questa grata accorse S. Chiara con tutte le sue figliuole per rendere l'ultimo tributo d'affetto al loro padre e maestro, S. Francesco, quando con mesta pompa veniva trasferito il suo sacro corpo da S. Maria degli Angeli ad Assisi, il giorno dopo la sua morte. In tale solenne e triste circostanza venne aperta la finestra, &laqno; ....et ecce domina Clara venit cum filiabus suis ad videndum patrem non loquentem eis, nec reversurum ad eas.... ».
Ancora un altro ricordo conserva l'umile cappella. Nella parete sinistra, accanto all'abside, si vede un'apertura, una specie di nicchia poco profonda e poco larga, di metri 1,54 di altezza. Sembra interessante riferire tal misura, perchè sarebbe in relazione colla statura di S. Francesco. A proposito di questa nicchia, il noto codice del Bartoli ha il passo seguente: "....dietro la tribuna, dalla parte esterna della chiesa, a sinistra, è la figura del B. Francesco dipinta entro una nicchia, secondo la misura del suo piccolo corpo ad modum ostioli, ad mensuram sui corpuscoli depicta, la quale fu fatta dipingere - come si attesta dai frati, ut per fratres asseritur - dalla beata vergine Chiara, a perpetua memoria e sua consolazione.... ".

CONTINUA