IV STANZA



La 1V ed ultima sala del Museo di Ruvo, piu' piccola delle altre, raccoglie i reperti piu' preziosi e famosi della collezione. Nella nicchia con fondo scuro, si staglia solenne il marmoreo busto togato di Giovanni Jatta, il magistrato ruvese principale fondatore della raccolta vascolare.
Accanto e' posta una bella pelike con in alto una giovane dai sontuosi abiti che danza e suona per un pubblico di giovanette e satiri; sotto, divisa dal consueto serto vegetale, e' un' altra scena che raffigura le Nereidi che portano le armi ad Achille. Il tema mitologico delle Nereidi ritorna anche su di un altro reperto di questa sala, il lebete n. 1496, mentre l'altro lebete, il n. 1497, riporta la violenta battaglia tra Centauri e Lapiti.
Attico e' invece il cratere a calice n. 1498 con Io liberata da Hermes, quest'ultimo riconoscibile dai calzari e dall'elmo alato; il vaso, degli inizi del IV secolo a. C., e' attribuito al pittore detto di Meleagro.
Assai bello e' il cratere a calice con Dioniso e la rappresentazione del gioco del cottabo; segue il cratere a volute n. 1499 che reca sul collo alcuni giovani nudi su cavalli lanciati in una corsa e, nella scena centrale che occupa la pancia del vaso, la mitologica con Bellerofonte che riceve da Preitos la lettera nella quale si sancisce l'ingiusta condanna a morte del giovane. Questo in sintesi il racconto mitologico. Bellerofonte, dopo aver ucciso involontariamente suo fratello Deliade, riparo' nella reggia di Preitos. La moglie di questi, Stenebeia, si invaghi del giovane che, non corrispondendo al suo amore, fu ingiustamente accusato di approfittare di lei. Preitos non uccise il giovane per non disattendere alle sacre leggi dell'ospitalita', ma lo invio' in Licia, nel regno del genero lobata, consegnandogli delle lettere in cui si raccomandava al suocero di uccidere il latore delle stesse.
La scena dipinta sul vaso ritrae proprio la scena della consegna delle lettere a Bellerofonte che si accinge a partire; sulla destra, seduta solennemente su di una seggiola su basso piedistallo, e' la figura ingioiellata dell'infame Stenebeia, assistita da un'ancella in atto di agitare delicatamente un flabello. La regina assiste impassibile alla scena della consegna delle lettere ripresa dall' altra parte della scena; Bellerofonte e' ripreso al centro, nudo, con clamide e giavellotti. Dietro il giovane trova posto il cavallo alato Pegaso reso con sovradipintura bianca. Il cavallo alato, secondo la leggenda, fu donato al giovane da Minerva a Nettuno per affrontare la Chimera nel regno di Tobata. Quest'ultima scena, alla quale assistono appunto Minerva e Nettuno, e raffigurata sul gia' citato cratere a colonnette n. 1901 nella terza stanza del Museo.
Un altro bel cratere, con volute terminanti con teste di cigno, e' quello contrassegnato dal numero di catalogo 1494. Alle scene mitologiche che occupano il collo del vaso fa riscontro, dopo una serie di rette incise che segnano per meta' il una animata corsa di quattro quadrighe; la naturalezza della rappresentazione e' sottolineata da un incidente che avviene durante la gara: da una quadriga si stacca un cavallo che viene seguito dallo sguardo dispiaciuto dell'auriga. Sulla coscia posteriore dei cavalli si noti il segno di appartenenza alle diverse scuderie un cerchio con crocetta interna ed un delfino.
Dopo la breve carrellata sui vasi sulle colonne veniamo ai reperti custoditi nelle vetrine anch'essi assai noti e preziosi. Nella prima vetrina, accanto al rhyton di notevole fattura che presenta una protome femminile da un lato ed una di satiro dall'altro, sono comprese alcune collane e balsamari in pasta vitrea policroma. Tra i pezzi piU significativi sono comunque la bella kylix attica, con satiro nudo dipinto su fondo bianco, e l'elegante lekythos, anch'essa attica, con Tamiri e le Muse, attribuita al pittore di Meidias, attivo ad Atene nel V secolo a C., ed anzi considerata il suo capolavoro. "Le figure son rosse in campo nero ed hanno le dorature; il colorito e' finissimo, il disegno perfetto, belle le forme, notevole la composizione, grande la varieta' e l'espressione, tal che meritamente forma questo unguentario il lustro maggiore della nostra Collezione; e per cio' che concerne la parte artistica puo' dirsi il piu' bel vaso della medesima". Al centro della scena e' Tamiri "seduto, colla chioma disciolta, colla fronte cinta da una corona di alloro con bacche d'oro, e col volto ispirato: sostiene con una mano una elegantissima lira co' bischeri d'oro, stringe nell'altra il plettro"; intorno sono le Muse rivolte con attenzione verso il giovane. Narra Apollodoro che Tamiri "chiaro per l'arte del canto ed insigne per la bellezza del corpo", oso' sfidare nel canto le Muse. Egli avrebbe preteso, in caso di vincita, di giacere con loro; in caso contrario si sarebbe sottoposto al loro volere. Persa la sfida con le Muse queste, per punirlo dell'arrogante sfida, "lo privarorlo della vista e dell'arte del canto". Alla scena del vaso partecipa anche Apollo che si puo' ipotizzare fu giudice della sfida; la testa di Apollo, posto a sinistra e dopo la slanciata figura della Musa con collana in mano, e' stata restaurata, nel secolo scorso, con un intervento ricostruttivo non tanto riuscito.
Sempre in questa prima vetrina, accanto a bizzarri vasellini come quello n. 1518 che prende le forme di una sgraziata figura obesa, sono alcuni rhvta di notevole fattura. Abbiamo gia' ricordato quello bifacciale con testa di donna e di satiro ma faremmo torto al lettore a non sottolineare il pregio del rhyton n. 1516 che prende le forme della testa di leone, od ancora quello con le sembianze di sfinge che regge sul dorso un bicchiere ornato da motivi vegetali e da un'altra sfinge in volo; quello altrettanto bello con espressiva testa di negro oppure, e con questi concludiamo un elenco che altrimenti richiederebbe spazi notevoli, i rhyta a testa di scimmia, di montone, di cerbiatto, ecc.
La seconda vetrina di questa sala, posta al centro, ostruisce il passaggio a quella che una volta era la quinta sala del Museo e dove fino al 1915, erano custodite le monete trafugate e non piu' recuperate.
In questa vetrina e' posta, in modo disordinato e caotico anche per l'assoluta mancanza di spazio, tutta una serie di reperti fuori catalogo e con orizzonte cronologico che va dalla preistoria, esemplata anche da frammenti di ceramica impressa tipica della produzione fittile del neolitico, ai secoli immediatamente precedenti la venuta di Cristo esemplati da piccole statuette bronzee come la graziosa statuetta di Ermete, montata su basamento posticcio, che stringe nella sinistra l'inseparabile caduceo, il bastone con due ali e due serpenti intrecciati, che simboleggiava la pace.
In questa vetrina trovano pure posto, insieme ad altri resti di armature come cinturoni, corazze, schinieri, due elmi uno dei quali con l'alto sostegno che reggeva il cimiero e l'altro, assai piu' interessante, che non e' mai stato indossato perche' appositamente forgiato per accompagnare un guerriero nella sua tomba; esso presenta infatti gli occhi chiusi, il naso appena modellato ed un semplice motivo decorativo a semisfere sulla fronte.
Nello scomparto centrale sono invece gli ornamenti personali in metallo, con motivi geometrici o riproducenti in maniera molto stilizzata animali, rinvenuti da Antonio Jatta agli inizi di questo secolo nel corso delle sue ricerche sulla preistoria locale e le ispezioni delle specchie, i tipici sepolcri a tumolo dell'Eta' del Bronzo finale.
La terza ed ultima vetrina e' anch' essa assai interessante per i reperti che contiene. Si tratta per la maggior parte di vasi di importazione corinzia cronologicamente risalenti al VII-VI secolo a. C. ed indicati nel catalogo del 1869 come "Siculi ed Egizj". Sono esemplati alahastra, vasi di forma allungata per contenere profumi ed unguenti e aryhalloi, di analoga destinazione anche se panciuti nella forma.
Assai tipica e' la decorazione di questi prodotti arcaici d'oltremare; l'aryhallos n. 1594 reca una fila di guerrieri quasi totalmente nascosti dietro grandi scudi circolari con banda decorativa al centro. Assai ricorrente e' la decorazione con uno o piu' animali dipinti in maniera molto stilizzata. Due caproni ed un felino, insieme ad una fitta trama di motivi decorativi vegetali, sono rappresentati su di uno skyphos. Appartiene semprea questo gruppo un vasetto, forse un unguentario, a tre piedi, n. 1585, sul quale sono tre sfingi con ali spiegate, mentre il coperchio e' occupato da un motivo decorativo con circoli di linee e motivi vegetali stilizzati. Due felini, un cigno con ali spiegate ed un caprone sono su di una pyxis che costituisce l'unico vaso di importazione calcidese presente nel Museo Jatta (metą Vl secolo a. C.).
In questa vetrina sono anche custoditi preziosi vasi riconducibili alla ceramica attica a figure nere come la bella oinochoe n. 1597 con giovani e cavalli la cui siloetta Ź in nero su campo bianco. Analoghe caratteristiche tecniche presenta l'oinochoe n. 1608 che rappresenta, stando alla descrizione che ne ha fornito Giovanni Jatta junior, Ettore ricurvo e con elmo poggiato vicino ai suoi piedi, nell'atto di indossare la propria armatura assistito da Andromaca. sua sposa, che tiene nelle mani due lance; dietro Ettore e una terza figura riconosciuta come Paride.
Sempre a questo gruppo di vasi attici e' riconducibile un' altra oinochoe con la muscolosa figura di Ercole che affronta, inginocchiato e ricurvo per racco liere tutte le sue forze, il leone Nemeo.
Tra i vasi attici a figure rosse e' invece da ricordare il piccolo ma prezioso vasetto, un askos, con la rappresentazione di Teseo - nudo e con clamide, il tipico mantello usato dai greci in guerra, mentre con la destra impugna energicamente una spada - che insegue il Minotauro, la mitologica creatura con testa e coda di toro su corpo umano.
Concludiamo il breve sguardo a quest'ultima vetrina segnalando la patera n. 1613 di ceramografi apuli del 1V secolo a. C. Nella cavita', ricca di ornamenti, e' una giovane donna sorretta da due figure androgine con ali spiegate; in questa scena si e' voluto riconoscere il passaggio dell'anima dalla vita terrena alla felicita' eterna. Completa la decorazione del piatto un esuberante intreccio di foglie e fiori.

Ci siamo infine riservati di accennare al cratere a volute numero 1501 posto, ben in vista all'osservatore, al centro di quest'ultima sala. Si tratta del celeberrimo vaso di Talos "principale ornamento della famosa Collezione Jatta".
A lungo erroneamente considerato opera di pittore locale o di greco immigrato, il cratere e' invece capolavoro di un affermato artista ateniese attivo alla fine del V secolo a. C. Considerato tra le piu' alte espressioni della produzione vascolare attica, il vaso di Talos ci inserisce in un ambiente culturale tra i piu' progrediti del mondo antico ed al quale l'anonimo artista era certamente partecipe. Il pittore di Talos si mostra infatti ben informato delle problematiche che in quegli anni agitavano gli ambienti artistici e culturali ateniesi. Egli cerca infatti di introdurre nella pittura del vaso le ricerche spaziali e coloristiche della pittura greca, ricerche chiaroscurali che si concentrano esclusivamente sul possente corpo nudo di Talos, eroicamente morente tra le braccia di Castore e Polluce. Il corpo del mitico eroe e' dipinto con sovradipintura bianca mentre un delicato gioco chiaroscurale ne esalta la sapiente descrizione anatomica. Evidente e' la ricerca di adeguate soluzioni spaziali e Talos, ripreso in un'ardua posizione di scorcio, sembra addirittura staccarsi dalla parete vascolare per appropriarsi dello spazio antistante. I due piedi soprattutto, uno raffigurato frontalmente e l'altro lateralmente, cosi come la riccioluta testa rivolta verso il vuoto e con lo guardo ormai spento e la leggera ed elegante torsione del busto sono i principali espedienti adottati per dare volume e peso corporeo alla figura riscattando il vaso dalla consueta rappresentazione ceramografica e rendendolo unico nel suo genere. Al di fuori della figura di Talos si ricorre alle tecniche descrittive tradizionali anche se innegabile risulta la grande qualitą del disegno. Le figure, di una grazia inconsueta, sono definite da una netta e fluttuante linea di contorno che definisce la siloetta senza la minima incertezza; dai volti trapelano gli stati d'animo dei singoli personaggi. Tutto e' trattato con minuzia e grande attenzione dalle acconciature alle teste ingioiellate, alle sottilissime vesti trasparenti, fittamente decorate da minuti ma leggibili motivi decorativi, e increspate da una leggerissima brezza che le spinge ad aderire ai corpi che hanno cosi modo di rivelare le sapienti anatomie; ed ancora nei solenni cavalli, negli elementi vegetali, nelle mani affusolate e variamente atteggiate.
Il vaso di Talos oltre a mostrare il gradimento per i prodotti piu' raffinati dell' artigianato greco, mostra allo stesso tempo l' alto potere di acquisto cui era giunta l' aristocrazia locale nel V secolo a. C.
Veniamo ora alla descrizione della scena mitologica raffigurata sul vaso aiutandoci col racconto del mito fornitoci da Apollonio Rodio.
Giunti nel porto di Creta gli Argonauti non poterono sbarcare sull'isola perche Talos, posto da Giove a sua custodia, ne impedi l'accesso scagliando grossi macigni. Mentre stavano per lasciare le coste dell'isola impauriti da quell'incontro, si intromise una maga di nome Medea la quale, con un sortilegio, fece in modo che il gigante di bronzo battesse al malleolo, unico suo punto debole, e stramazzasse al suolo privo di vita. Eliminato il terribile custode, gli Argonauti poterono sbarcare sull'isola e rifornirsi di acqua; all'indomani, prima di ripartire, eressero in segno di ringraziamento un tempio a Minerva Cretense.
I nomi dei vari personaggi che prendono parte alla rappresentazione, sono incisi in greco in corrispondenza delle rispettive figure. Alla sinistra della scena centrale e' dipinta la parte anteriore di una nave sulla quale trovano posto due Argonauti, Zetz e Calais, intenti ad osservare con attenzione quanto accade sull'isola. Una scala collega la nave alla terraferma mentre un delfino simboleggia sotto di essa il mare; sulla scala, rivolto sempre verso l' isola, e' la figura nuda di Giasone con clamide, spada e lance, che fu da guida alla maga. Segue la bella e slanciata figura di Medea, con ricche vesti ornate di stelle che alludono alla sua funzione di maga, colta nell' atto di preparare, nella coppa che stringe con la sinistra, il fatale incantesimo. Seguono le figure di Castore e Polluce, con le rispettive cavalcature, che reggono sotto le ascelle l'ormai innocua mole del corpo di Talos morente. A questa scena centrale fa seguito la rappresentazione di Nettuno ed Anfitrite, divinita' del mare; sotto di essi e' una figura atterrita nell' atto di fuggire, essa simboleggia l'isola di Creta impaurita dalla morte del suo custode.
La scena secondaria che occupa la parte posteriore del vaso rappresenta invece l' omaggio dei Dioscuri, possenti nella loro nudita', alla dea Minerva, al centro, seguita dalle figure di Medea e Giasone in conversazione. Purtroppo la parte centrale di questa scena fu completamente rifatta nel secolo scorso nel corso di un restauro che ricostrui, prendendo a modello le parti superstiti del vaso, la testa di Minerva con la veste a scacchiera, la nike svolazzante su di essa; pure Medea appare profondamente rimaneggiata.


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